Oman e khususiyya

L’Oman è piccolo, circondato da guerre, ma soprattutto ha una politica estera inconsueta in Medio Oriente: è neutrale. Il sultano Qaboos è al potere da mezzo secolo, non ha eredi e forse è malato. L’Economist parla di khususiyya, la peculiarità dei paesi di questa parte di mondo. L’articolo è stato riassunto in italiano sul Post.

Per descrivere la situazione in politica estera dell’Oman l’Economist ha citato il suo rapporto con il Consiglio di Cooperazione del Golfo, di cui è membro insieme a altri cinque stati della zona del golfo Persico. L’Oman ha sempre fatto resistenza affinché l’organizzazione diventasse un’unione politica e economica temendo un dominio dei sauditi: ha scelto di non partecipare alle azioni militari comuni per fermare le proteste in Bahrain nel 2011, per esempio, né di prendere parte agli attacchi aerei in Siria o Yemen contro lo Stato Islamico.

Questa terra è mia

Nina Paley è una fumettista statunitense, brava e ispirata. Nel 2012 ha realizzato questo breve cartoon che riassume in 3 minuti le varie uccisioni in Israele / Palestina / Canaan / Levante (la definizione è dell’autrice).

L’iconografia dei personaggi è perfetta e c’è anche una guida su chi uccide chi. La colonna sonora è di Andy Williams ed è tratta dal film Exodus del 1960, che non parla dell’esodo biblico ma della nave omonima che portava profughi ebrei in Palestina nel 1947.

Purché se ne parli

In un post pubblicato su Medium, Martin Belam parla della difficoltà di affrontare temi importanti ma di scarsa attenzione da parte del pubblico. In questa occasione Belam, che si occupa di social media per il Guardian, cerca di rispondere alle critiche alla stampa sulla scarsa copertura della strage di Lahore, in Pakistan. L’attentato ha ucciso circa 70 persone ed è stato rivendicato dai talebani di Jamaat-ul-Ahrar, forse alleati dello Stato Islamico.

In Italia l’attentato è stato riportato per la sua importanza, ed anche per il suo significato simbolico: è avvenuto il giorno di Pasqua e ha ucciso intenzionalmente dei cristiani. Tuttavia non ha avuto l’attenzione degli attentati di Parigi e Bruxelles, o di altri episodi minori avvenuti in Europa. È normale? Secondo Belam, è normale che gli utenti si informino su argomenti con cui hanno una affinità. Molti europei sono stati a Parigi, quasi nessuno conosce la capitale del Pakistan o i suoi confini.

Raccontare la realtà è già molto difficile, spiegare realtà complesse a un pubblico generalista lo è ancora di più. Servono persone in grado di spiegare e di spiegare bene, in modo chiaro ma preciso. In lingua italiana c’è molto poco a riguardo: ci sono gli spiegoni del Post e gli articoli di Internazionale (cito anche Pagina99, ma è solo su carta e settimanale), ma entrambi hanno lo svantaggio di dedicarsi solo gli argomenti del momento, anche se con notevoli ma sparute eccezioni.

Ad esempio, seguire cosa succede ogni giorno nella politica e nell’economia dei paesi mediorientali è difficile in italiano. Non è un problema farlo in inglese, ma non si può dimenticare un pubblico immenso di lettori che non ha alternative. Non c’è offerta perché non ci sono lettori, oppure i lettori mancano perché non c’è offerta?

Non ho idea di quale possa essere la risposta a questa domanda. Nel frattempo, scegliere delle buone fonti di informazione è il primo passo verso la strada giusta. Il secondo è spendersi per fare arrivare il pubblico a queste fonti. Questo spazio proverà a dare un modesto contributo.

Come prepararsi alle elezioni americane

Manca esattamente un anno alle elezioni presidenziali negli Stati Uniti.
Dopo otto anni entrambi i partiti stanno affrontando le primarie per arrivare ai due candidati finali. Seguirle è abbastanza semplice: dirette televisive e in streaming, hashtag ufficiali e non, blog e molto altro. Forse è più importante arrivarci preparati.

Manca esattamente un anno alle elezioni presidenziali negli Stati Uniti. Dopo otto anni entrambi i partiti stanno affrontando le primarie per arrivare ai due candidati finali. Seguirle è abbastanza semplice: dirette televisive e in streaming, hashtag ufficiali e non, blog e molto altro. Forse è più importante arrivarci preparati.

Una lettura fondamentale per capire il clima pre-elettorale in America è il libro di Andrea Marinelli: L’ospite. È un giornalista italiano completamente folle. Nel 2012 decide di lasciare il suo lavoro per seguire le primarie repubblicane, usando il couchsurfing (da cu il titolo) e seguendo i candidati raccogliendo soldi con un crowdfunding. Il libro è abbastanza breve, parla molto dell’America e di cosa rappresentano le primarie negli Stati Uniti, che a differenza del nostro paese fanno parte del processo elettorale vero e proprio. Lo comprate su Amazon per pochi euri.

Seconda lettura fondamentale è la newsletter di Francesco Costa. Lui invece è un redattore del Post. Affamato di hamburger e malato di politica americana, segue da tantissimi anni le dinamiche negli Stati Uniti. Facendolo per lavoro e per passione, ha creato una newsletter gratuita con cui riassume e commenta le ultime novità nel lungo percorso che ci porterà all’elezione del nuovo POTUS.

Infine, è giusto dare un’occhiata a qualche serie tv per comprendere meglio il linguaggio di questi ambienti politici. Se state leggendo questo post, probabilmente avete già visto (e rivisto) House of Cards, speriamo nella sua lingua originale. Tuttavia non dovreste perdervi neanche West Wing. È abbastanza difficile reperirlo, ma con una rapida ricerca dovreste trovarlo. È una serie di inizio anni 2000 che racconta, in modo sublime, il lavoro quotidiano dello staff presidenziale alla Casa Bianca. La serie ha vinto parecchi premi, è considerata molto verosimile nel modo in cui racconta il lavoro nello Studio Ovale, e soprattutto è sceneggiata da Aaron Sorkin, famoso per l’Oscar come sceneggiatore di The Social Network (il film su Facebook, per intenderci) e per la creazione di altre serie notevoli come The Newsroom. West Wing è notevole perché ci fa capire come funziona la scrittura di un discorso pubblico o una dichiarazione di guerra a una nazione nemica, con un amore per i dettagli che non impedisce di creare una storia divertente.

Queste sono alcune indicazioni utili per prepararsi al big match di novembre 2016. Anche noi seguiremo l’evolversi dei sondaggi e delle primarie, fino alla notte elettorale dell’8 novembre. Seguiteci sul blog “I Want You”.

Morsi non deve morire

Franco Venturini oggi scrive un editoriale sulla prima pagina del Corriere della Sera sulla condanna a morte di Mohammed Morsi. Il tono è abbastanza duro e chiarisce molto bene che la politica autoritaria di al-Sisi non è utile né all’Italia (e all’Unione europea) né all’Egitto.

In un’analisi su Slate, Joshua Keating spiega che la condanna a morte di Mohammed Morsi, l’ex presidente egiziano appartenente alla Fratellanza Musulmana, non sarà eseguita. In Egitto le condanne a morte vengono sottoposte al Mufti ?Amm, che dà un parere non vincolante. Va ricordato che l’attuale mufti, Shawki Allam, era stato nominato proprio da Morsi (in realtà fu il primo ad essere eletto dal consiglio degli anziani, ma il presidente doveva approvare la nomina). Inoltre lo scorso anno aveva già rigettato la pena capitale per il leader spiriturale della Fratellanza, Mohamed Badie. L’interpretazione che ne da Keating è che la condanna sia un messaggio per gli alleati, dentro e fuori l’Egitto, utilizzando Morsi come una preziosa merce di scambio.

Ora che anche l’ex presidente egiziano Mohammed Morsi è entrato nel girone delle condanne a morte patrocinate dal suo successore Abdul Fattah al-Sisi, l’Italia e l’Europa dovrebbero dire una parola chiara sui limiti della nostra amicizia con il Cairo. Perché siamo contrari alla pena capitale, e non ci basta sapere che sin qui una sola delle centinaia di sentenze di morte pronunciate contro oppositori islamisti sia stata eseguita. Ma anche perché il pugno di ferro di Al-Sisi sta alimentando ricadute politico-strategiche che sono contrarie ai nostri interessi come a quelli dell’Egitto. Sappiamo bene che Morsi, primo presidente egiziano eletto e figura di spicco della Fratellanza musulmana, sprecò l’occasione che la Storia gli offriva tentando di imporre, nel 2012, una islamizzazione autoritaria e per alcuni versi illegale.

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Islam e aurora boreale

C’è un problema abbastanza recente, ma anche interessante per chi si occupa di questi argomenti: come fanno a pregare i musulmani in quei luoghi dove il sole non tramonta? Il dilemma è nato negli ultimi anni, con la nascita di comunità islamiche nei paesi scandinavi, dove in alcuni mesi dell’anno giorno e notte non si alternano. Il cosiddetto “sole di mezzanotte” è un problema, soprattutto quando capita nel mese più importante, il ramaḍān (che però ha una cadenza diversa ogni anno, dato che il calendario islamico è su base lunare).

Il problema si è posto nel 2013, quando effettivamente questi due periodi hanno coinciso. L’ultima volta era stata nel 1986, e non c’erano molti musulmani a pochi chilometri dal Circolo Polare Artico. Ad esempio Tromsø, cittadina norvegese a 350 km dal Polo Nord, ospita un centro per rifugiati, soprattutto di origine somala. La risposta per i musulmani locali è stata una fatwā, un parere consultivo del Consiglio degli `Ulamā dell’Arabia Saudita: i fedeli possono seguire l’orario della preghiera del paese musulmano più vicino, oppure quello della città santa della Mecca.

Ovviamente, in inverno il problema è esattamente l’opposto. Ma forse sono gli unici musulmani che pregano sotto le sfumature verdi dell’Aurora Boreale.

Ogni mattino è capodanno

Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.

Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.

Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch’essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna.

E sono diventati così invadenti e così fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 0 il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Così la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa il film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.

Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore.

Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca.

Aspetto il socialismo anche per questa ragione. Perché scaraventerà nell’immondezzaio tutte queste date che ormai non hanno più nessuna risonanza nel nostro spirito e, se ne creerà delle altre, saranno almeno le nostre, e non quelle che dobbiamo accettare senza beneficio d’inventario dai nostri sciocchissimi antenati.

Il miglior editoriale sul Capodanno. Pubblicato da Antonio Gramsci sull’Avanti!, edizione di Torino, rubrica “Sotto la Mole”. Letto su Internazionale.